Renato Zero: In un cofanetto il meglio dei concerti “La storia pazza della mia vita”

Del nostro Renato Zero, cari Zerofolli, il personaggio pubblico, lo cono­scono tutti e se ne parla ogni due minuti da trent’anni, spesso pure a sproposito. Ma il cantante, quello meno, talvolta sembra sempli­cemente una pertinenza dell’uo­mo famoso che faceva tremare i benpensanti e che la Rai voleva cacciare a calci. E invece no.


Rena­to Zero è un signor cantante, uno che sulla scia di Marc Bolan e per­sino Alice Cooper, sminuzzando­n­e i grevi riflessi rock con la leggia­dria fantasiosa del teatro kabuki, ha creato una maschera che è tut­t’uno con la voce, talvolta barito­nale, spesso melodrammatica co­me le autentiche maschere italia­ne. E mentre tutti lo tirano per la giacchetta, gli chiedono quasi im­plorando battute, esternazioni quantunquemente scandalose, il vero Renato Zero si impacchetta nei tre nuovissimi dvd di Sei Zero, un’ottantina di canzoni che im­perlano gli otto concerti dell’an­no scorso (circa centomila spettatori). A omaggiare il neoses­sante­nne in Piazza di Siena è arri­vata la più grande e imprevedibile processione di artisti che il concer­to di un solista ricordi, da Rita Pa­vo­ne a Monica Guerritore e Raffa­ella Carrà, tutti uno dopo l’altro ri­portandogli un pezzettino di ricor­di.

Ecco Renato Zero in una recente intervista e nel video youtube della presentazione del dvd “Sei Zero” al cinema Adriano di Roma.

Non sarà mica stata, caro Re­nato Zero, una mossa platea­le per dare l’addio alle sce­ne?
«Ma no.L’ho già detto e lo ripe­to: mi sono messo in cassa “inte­grazione voluta”. Quei concerti so­no stati il culmine della carriera e adesso mi riprendo».

C’era chiunque.
«Sono riuscito persino a “stana­re” Rita Pavone e convincerla a cantare con me Mi vendo».

C’era anche Bocelli.
«E mi sono commosso. In fon­do l’ho battezzato io a Bussolado­mani. Ma tutti, dagli Avion Travel a Gigi D’Alessio e Lucio Dalla han­no portato un tocco di stupore in più ai miei brani. Poi certo, un bel po’ di grazie li devo a Roberto Cen­ci, che è figlio di un grande musici­sta e quindi ha filmato tutto con passione per il ritmo e la musica».

I cantanti si riuniscono solo per queste occasioni. Ma quando c’è da protestare e fa­re «squadra» chi li vede più. Gli attori invece.
«Dice che non se famo sentì? In realtà gli attori sono abituati ad avere dei limiti, non solo fisici co­me i camerini, ma anche d’azio­ne, come le direttive del regista, del coreografo, degli scenografi. Sono tenuti a stecchetto. Noi no, noi semo liberi».

Talvolta troppo.
«Beh, qualche cantante appe­na vende qualche copia in più, sparisce. Io no. Ma la colpa è spes­so di­gente che prima faceva il par­rucchiere e poi si è improvvisata manager».


Lieve allusione a Lele Mora. Non avete mai lavorato insie­me?
«Macché, io all’inizio della mia carriera ero una sorta di sorcio da studiare, da vivisezionare. Nessu­no si avvicinava. Era una sfortuna che poi si è rivelata fortuna: ho evi­tato tante presenze maleodoranti accanto a me».

Renato Zero ha fatto la gavet­ta, lo sanno tutti.
«E io auguro ai giovani che vo­gliono diventare artisti di prepa­rarsi al dolore, al sacrificio e alle ri­nunce. Se non li vogliono, meglio che vadano a timbrare dignitosa­mente un cartellino. Ma certo, do­po la stanchezza che ho provato io ai miei esordi, tutto quello è ve­nuto dopo sono state rose».

Forse per questo lei è forse il cantante più trasversale che c’è. Ci sono sorcini dapper­tutto. Anche Marco Trava­glio è un sorcino.
«Mi incuriosisce la sua anato­mia. Mescola nel tegame, ficca il naso dappertutto».

Appena può anche ai suoi concerti.
«Questi qui che ho fatto in piaz­za di Siena li ho dedicati agli ulti­mi scettici, e parlo in generale. In fondo, chi è scettico con me, lo è con l’umanità intera».

Una volta era più facile esse­re scettici con lei. Adesso me­no. Sembra.
«D’altronde dopo il can can che ho fatto, qualcosa sono riuscito a cambiare anche io, nel mio picco­lo».

Oggi sarebbe possibile lo stesso?
«Siamo così frantumati, così di­visi».

Magari potrebbe andare a fa­re un altro show in tv. Ne ha fatto uno a cinquant’anni. Magari a 60 fa il bis.
«Ne ho sempre meno voglia. Io ormai ho la pace dei sensi. O dei sessi».

Non scherzi.
«Non ne ho voglia perché mai e poi mai vorrei essere confuso con certi salotti cretini che vendono il nulla».

Se si pensa che trent’anni fa dalla tv volevano cacciarla.
«E invece adesso se tornasse Al­berto Manzi (il conduttore del pro­gramma Rai degli anni ’60 contro l’analfabetismo – ndr.) saremmo tutti più felici, altro che tutta que­sta immondizia in tv».





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